Giacomo Leopardi 

Fonte: Wikipedia

Giacomo Leopardi (Recanati, 29 giugno 1798 - Napoli, 14 giugno 1837) è stato uno tra i principali scrittori e poeti italiani. Nacque da Monaldo Leopardi ed Adelaide Antici, genitori rigidi nell'educarlo che lo privarono di ogni affetto.

Nei primi anni della sua vita studiò in compagnia di due preti; poi il padre decise di educarlo da autodidatta nell'enorme biblioteca di casa. Giacomo si impegnò in questi studi acquisendo una straordinaria cultura classica e filologica, ma soffrendo nel contempo per la mancanza di un'istruzione aperta e stimolante.

 

 

 

Biografia 
Giacomo Leopardi nacque a Recanati nel 1798, dal conte Monaldo e da Adelaide Antici Mattei. Il padre era uomo debole, retrogrado, legato ad idee antiquate ed ai pregiudizi, la madre era dispotica, bigotta, fredda, preoccupata di ricostituire il patrimonio familiare, minato dalle sfortunate speculazioni del conte. Nella casa era inculcata la rigorosa disciplina della religione e del risparmio.

L'infanzia, trascorsa coi fratelli Carlo e Paolina, lasciò nel poeta un ricordo di poesia infantile (Ricordanze).

L'innata sete di conoscenza del giovane Giacomo trovò facile esca nella ricca biblioteca paterna. Inizialmente guidato dal sacerdote Sebastiano Sanchini, ben presto, Leopardi s’emancipò e s’immerse in letture vaste e profonde. Tra i dodici ed i diciassette anni lo studio indefesso al quale lo spingevano sia l'ansia di sapere, sia il bisogno di evadere, almeno spiritualmente, dall'ambiente angusto del palazzo paterno, minò il suo fisico già indebolito dal rachitismo. La malattia gli negò anche i più semplici piaceri della giovinezza, ed il giovane si chiuse nell'angoscia che avvolgeva la sua anima meditando sulla triste condizione dei viventi.

Nel 1818 il Giordani giunse a casa Leopardi. Giacomo ne divenne amico e vide in tale conoscenza una speranza per l'avvenire, mentre sempre più gli pesava la permanenza a Recanati, tanto che nel 1819 tentò inutilmente la fuga. Tale tentativo ebbe come conseguenza, da parte dei famigliari, una stretta sorveglianza.

 

 



Quando, due anni più tardi (1822) riuscì a soggiornare brevemente nella capitale, presso lo zio, rimase deluso dall'atmosfera e dalla corruzione della chiesa. Rimase invece entusiasmato dalla visita della tomba di Torquato Tasso, al quale si paragonava per l'innata infelicità. Mentre Foscolo viveva tumultuosamente tra avventure, amori, libri, Leopardi riusciva a stento a sfuggire all'oppressione domestica. A Leopardi Roma apparve squallida e modesta al confronto con l'immagine idealizzata che egli si era figurata fantasticando sulle "sudate carte" dei classici. Già prima di lasciare la dimora avita egli aveva provato una cocente delusione amorosa a causa dell'innamoramento per la cugina Geltrude Cassi.

Il male fisico, acuitosi, contribuì alla caduta delle residue illusioni, Virtù, Amore, Giustizia, Eroismo parvero al poeta vane parole. Nel 1824 il libraio Stella lo chiamò a Milano, affidandogli alcuni lavori, tra i quali una Crestomazia della prosa e della poesia italiane. Durante tale periodo il poeta visse tra Milano, Bologna, Firenze e Pisa. Nel 1828, a Milano, Leopardi conobbe il Manzoni, senza che nascesse una reciproca simpatia, a Firenze strinse salde amicizie, ritrovò il Giordani e conobbe il Colletta.

Il poeta, di salute malferma e affaticato dal lavoro, dovette rifiutare una cattedra a Bonn o a Berlino, offertagli dal ministro di Prussia a Roma, nel 1828, dovette lasciare anche il lavoro presso lo Stella e tornare a Recanati. Il Colletta, nel 1830 gli offrì, grazie ad una sottoscrizione degli “amici di Toscana”, l’opportunità di tornare a Firenze. La successiva stampa dei Canti permise al poeta di vivere lontano da Recanati fino al 1832. In seguito un vitalizio della famiglia gli permise di stabilirsi presso l’amico Ranieri, a Napoli, dove sperava di trarre giovamento dal clima, ma morì durante l’epidemia di colera del 1837 e fu sepolto nella chiesetta di San Vitale a Fuorigrotta.

 

 

 

Opere
Le prime opere (erudite/ compilative) (1813 - 1817)

Sono anni duri per Giacomo, che sviluppa in sé la concezione di un meccanicismo distruttivo della natura (sentimento consegnato alla storia col nome di pessimismo, in senso "storico" e in senso "cosmico" , che caratterizzerà l'intera sua opera).

1812 - Pompeo in Egitto (scritto a soli 14 anni) d’ispirazione anticesariana. Pompeo è difensore della libertà repubblicana.

1813 - Storia dell’Astronomia (compilativa)

1813 - Saggio sopra gli errori popolari degli antichi, nelle cui pagine rivivono gli antichi miti: gli errori sono le fantasticherie (vago immaginar) degli antichi. L’antichità è l’infanzia del genere umano che vede negli astri personificati i protagonisti dei suoi sogni - miti.

1815 - Orazione agli italiani in occasione della liberazione del Piceno [NB. Per liberazione si intende l’intervento austriaco contro Murat]

1815 – traduzione della Batracomiomachia (lotta tra rane e topi: Zeus manda i granchi a sterminarli. È opera di un rapsodo che ironizza sull’Iliade di Omero e, un tempo, era attribuita ad Omero stesso)

Fino al 1815 Leopardi è erudito e filologo, in seguito si dedica alla letteratura ed alla ricerca del bello. (lo afferma nella lettera a Giordani del 1817).

1816 – discorso sopra la vita e le opere di Frontone

Nel 1816 Leopardi cadde in un periodo di crisi, durante il quale mise in discussione tutta la sua formazione. Del 1816 è L'appressamento della morte, una cantica in terzine in cui il poeta sente la morte, che crede imminente, come un conforto. In questi anni cominciarono sofferenze fisiche e una grave malattia agli occhi. Nel suo carattere, intanto, si andava sviluppando la presa di coscienza del lacerante contrasto tra l'intensità della vita interiore e la sua incapacità di manifestarla nei rapporti con gli altri.

Leopardi abbandonò gli studi filologici e si accostò alla poesia, attraverso la lettura degli autori italiani del Trecento, del Cinquecento e del Seicento, e dei suoi contemporanei italiani e francesi. Anche la sua visione del mondo subì una svolta radicale, il poeta smise di cercare conforto nella religione, di cui era stata permeata tutta la sua fanciullezza, e si avvicinò a un'interpretazione della vita sensista e meccanicista. Grazie all'amicizia con Giordani, con il quale nel 1817 iniziò una feconda corrispondenza, il distacco dal conservatorismo paterno si fece più netto: all'anno seguente risalgono All'Italia e Sopra il monumento di Dante, canzoni patriottiche molto retoriche e classicheggianti nelle quali Leopardi espresse la sua adesione alle idee liberali di stampo laico. Nello stesso periodo, partecipò al dibattito, di respiro europeo, che contrapponeva classicisti e romantici, affermando la sua posizione a favore dei primi nel “Discorso di un italiano attorno alla poesia romantica” (1818)

1816 – idillio le rimembranze – inno a Nettuno (finge di averlo tradotto dal greco) – traduzione del II libro dell’Eneide e del I dell’Odissea

1816 – lettera ai compilatori della “Biblioteca Italiana” (Monti, Acerbi, Giordani), Leopardi polemizza contro l’articolo della Staël che invitava gli italiani a studiare le opere degli stranieri per apportare nuovo vigore alla propria letteratura. Leopardi sostiene che conoscere non significa imitare e che la letteratura italiana non deve lasciarsi contaminare dalle letterature moderne, bensì riferirsi a quella latina e greca. Il poeta deve essere originale, non soffocato da studio ed imitazione.

1817 – innamoramento per Gertrude Cassi Lazzari. Leopardi scrive memorie del primo amore

1818 - “il primo amore” ed inizia a scrivere le pagine di un diario che continua per quindici anni (1817 - 1832), lo Zibaldone.

giacomo leopardi - pessimismo


Il pensiero - Il pessimismo leopardiano
Il pessimismo di Leopardi ha radici, oltre che nella sua difficile vicenda esistenziale, in quel razionalismo illuministico che volle porre nella ragione ogni verità della vita. L'ipersensibilità del poeta unita all'idealismo è causa d’amarissime disillusioni, convincendolo troppo presto che la realtà è la morte di tutto ciò che l'intelletto sogna ed il sentimento idealizza.

Inizialmente il pessimismo di Leopardi è personale, in seguito, agli esordi della sua attività, il poeta crede che gli ideali ormai perduti abbiano illuminato la vita degli antichi e che soltanto la corruzione del tempo abbia svuotato gli uomini d’ogni ideale. Da tale concezione viene il rimpianto per le età antiche. Ben presto però il contrasto tra ideali e realtà, tra aspirazioni e limiti imposti dalla vita, porta il poeta a concludere che l'infelicità non è conseguenza del progresso, bensì stato naturale di ogni essere vivente e che la natura è nemica dell'uomo. Leopardi afferma che si insegna all’uomo che la morte prematura è un bene, ma egli la teme, la vita è fragile cosa e più che dono è disgrazia, ma l'uomo teme la morte. La virtù morale è più preziosa della bellezza, ma un'anima sublime in un corpo sgraziato è derisa e misconosciuta (Ultimo canto di Saffo). L’uomo aspira a cose infinite ed eterna, ma vivere è un continuo morire (infinito).

L'uomo è destinato a non godere d’alcun bene, si dispera, è afflitto da un tedio mortale che lo spinge al suicidio, dal quale lo trattengono la paura della morte e la superstizione religiosa. l'aspirazione all'irraggiungibile verità è il massimo tormento della vita ed è senza speranza, infatti, l'uomo è destinato a non sapere perché sia nato, viva, soffra, dove vada (Canto notturno di un pastore errante nell'Asia) e tale forzata cecità uccide l'anima umana (L'infinito: "...e il naufragar m’è dolce in questo mare"), poiché questa è la legge inesorabile dell’universo.

La posizione filosofica del Leopardi consiste nel drammatico sviluppo della constatazione dell'infelicità umana che non trova sbocco nella Fede. La poesia di Leopardi è mirabilmente intessuta di sogni ed illusioni, nonostante la disperazione totale che avrebbe potuto soffocarne il lirismo o renderla mortalmente gelida.

Il pensiero di Leopardi sul pessimismo si basa su due presupposti:

L’uomo non può conoscere la verità (scetticismo).

La realtà coincide con la Natura (senza idealità o provvidenzialità), ed è moto eterno e meccanico (materialismo, illuminismo)

Fasi del pessimismo leopardiano:

Dolore personale - La vita è stata spietata con Leopardi (esperienza personale/dolore personale), ma altri possono essere felici.

Dolore storico - Questi due punti generano l’ironia ed il sarcasmo di Leopardi contro i filosofi idealisti e neocattolici, che esaltano "le magnifiche sorti e progressive dell’umanità" (Ginestra) e contro l’ottimismo illuministico (Ginestra).

La vita è dolore, il male è nella razionalità. La Natura benigna ha creato l’uomo come creatura semplice che, nella sua ignoranza, trova piacere nelle illusioni. Gli uomini, con la ragione, fugarono le illusioni e scoprirono la verità, quindi il male ed il dolore, uscendo così dalla loro infanzia felice. La storia della civiltà è la scoperta dell’infelice condizione umana (gli uomini primitivi furono felici: il tragico destino umano nasce dal contrasto tra la provvida Natura, che vuol celare la dolorosa verità agli uomini, e la ragione, che tale verità scopre nel momento dell’esperienza personale del dolore).

L’origine dell’infelicità umana è nella contraddizione tra il desiderio di felicità e l’impossibilità di conseguirla (Leopardi: teoria del piacere). Dolore storico: non la natura, bensì la società è nemica dell’uomo. L’uomo comune si consola del male quando lo riconosce necessario, l’uomo superiore non si rassegna, piuttosto si uccide, non maledicendo la vita, bensì lasciandola con rimpianto (Saffo).

Dolore cosmico - Pessimismo universale. Se l’uomo è creatura della Natura, è evidente la contraddizione fra tale affermazione e la reale condizione umana. Tale contraddizione è spiegata da Leopardi affermando che in ciò sta la perfidia della natura (Natura matrigna). Non è infelice la società “adulta”, ma ogni società, in ogni tempo. L’infelicità non è retaggio solo dell’uomo, bensì di tutte le creature (esiste solo la legge della continuità della specie). Il dolore è fatale all’uomo che è dotato di intelligenza e quindi avverte il tedio ed il “senso della morte”. Tutto quello che è, è male (Zibaldone). Pur su tali posizioni, Leopardi vagheggia l’azione e le illusioni eroiche, creando il “mito della giovinezza” e quasi confutando le accuse di fatalismo e di misantropia, sogna un’azione concorde di tutti gli uomini, uniti dalla solidarietà, per tentare di vincere la Natura ostile (Ginestra). Leopardi rifiuta il suicidio (che in precedenza aveva considerato lecito), poiché lo considera una diserzione da tale disperata battaglia (dialogo di Plotino e Porfirio).

La condizione fondamentale dello spirito di Leopardi è la totale incapacità di aderire alla vita, che gli appare come uno spettacolo remoto ed alieno. Tale atteggiamento porta il poeta al “taedium vitae (la noia lo fa sentire estraneo al mondo). L’intima dialettica di Leopardi oscilla tra la necessità di appartarsi orgogliosamente da un mondo che sente estraneo, per immergersi nel proprio universo interiore, ed il bisogno di consolare ed essere consolato.


Leopardi ed il suicidio
Leopardi pur giudicando irrazionale il rassegnarsi alla vita e ragionevole il suicidio, inteso come liberazione dalla sofferenza, tuttavia ritiene che l'uccidersi sia atto inumano, poiché non tiene conto del dolore altrui e sebbene sia proprio del sapiente non piegarsi al sentimento e non lasciarsi vincere dalla pietà, tale forza d'animo deve essere usata per sopportare la triste condizione umana, usarla per rinunciare alla vita ed alla compagnia delle persone care è un abuso, non soffrire al pensiero di lasciare nel dolore le persone care è indegno del saggio. Il suicidio è un atto d’egoismo, poiché il suicida cerca solo la propria utilità, disprezzando l'intero genere umano (dialogo di Plotino e Porfirio) ed agisce come un disertore, che abbandona i compagni impegnati in una lotta impari contro la natura nemica (La ginestra).

Il problema della legittimità del suicidio, tormenta Leopardi fin dalla crisi esistenziale del 1819, ed ancora nel 1824 (Ultimo canto di Saffo), egli sostiene la tesi della legittimità del suicidio, ma già in quello stesso anno si notano nel poeta le prime affermazioni sul dovere di subire il destino con animo forte, trovando conforto nella bellezza delle creazioni dello spirito umano. Infine nel 1827, Leopardi scrive il dialogo di Plotino e Porfirio. Nel dialogo, Leopardi ripercorre il cammino spirituale lungo il quale la propria concezione pessimistica della vita è giunta all’affermazione delle ragioni più alte dell’esistenza Porfirio è il Leopardi del 1821 – 1824, mentre Plotino è il poeta più maturo. Porfirio difende il suicidio sostenendo che, se la Natura destina gli uomini al dolore, se tutto ciò che esiste è male, l’uomo ha diritto di sottrarvisi, scegliendo la morte volontaria (1822), anche se la vita, in quel momento, non è particolarmente sventurata, poiché la vita è tedio, i mali sono vani, il dolore stesso è vano, quindi l’uomo ha il diritto di sottrarsi al male dell’esistenza. Solo la noia, poiché nasce dalla coscienza della realtà, non è vana né ingannevole. L’evoluzione spirituale di Leopardi lo conduce a posizioni più equilibrate (Plotino) e svincolate dalle situazioni contingenti, infatti, l’uomo è condannato alla sofferenza, ma una legge di natura vuole che egli viva nonostante tutto. Solamente pochi si rendono conto della realtà, tutti gli altri combattono vanamente contro la natura. Tale lotta deve affratellare gli uomini, quindi il suicidio è una diserzione inammissibile. Inoltre la vita è degna di essere vissuta non perché sia felice, ma perché sia spiritualmente elevata. L’uomo deve prendere coscienza della propria vita interiore. Nel dialogo Leopardi ripercorre il proprio cammino spirituale.



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